La maggioranza invisibile: come la disinformazione tiene separate le minoranze che sono i più





C’è un paradosso che attraversa la nostra epoca, talmente evidente da risultare quasi invisibile: le minoranze non sono affatto minoranze.
Le donne sono la metà dell’umanità. I poveri e gli sfruttati sono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Le persone discriminate su base razziale superano di gran lunga i presunti “bianchi”. Se iniziamo a intersecare queste categorie – donne povere, persone soggette a razzismo sistemico in condizioni di precarietà economica, lavoratori sfruttati di ogni genere – arriviamo tranquillamente oltre il 90% della popolazione mondiale.
Novanta per cento. Pensateci. Non stiamo parlando di gruppi marginali che lottano per ritagliarsi uno spazio. Stiamo parlando della quasi totalità degli esseri umani. E allora perché continuiamo a chiamarle “minoranze”? Perché questo linguaggio, questa categorizzazione, questo modo di pensare persiste?
La risposta è semplice e brutale: perché il primo strumento di oppressione è l’informazione. O meglio, la disinformazione.
Lo spettacolo della separazione
Guy Debord lo aveva capito già negli anni Sessanta, quando scriveva nella Società dello Spettacolo che “lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”. Non si tratta solo di quello che ci viene mostrato, ma di come questo condiziona il modo in cui ci vediamo, ci pensiamo, ci relazioniamo. Lo spettacolo è quella forza che separa, che atomizza, che trasforma il collettivo in una somma di individui isolati, ciascuno convinto della propria marginalità.
Ed è esattamente questo il meccanismo che tiene in piedi l’oppressione contemporanea. Gli oppressori sono pochissimi – una manciata di persone che detiene potere e ricchezze oltre ogni ragionevole misura. Ma hanno i mezzi di comunicazione. Hanno le piattaforme. Hanno il controllo su cosa viene amplificato e cosa viene silenziato. E soprattutto, hanno capito che non serve negare l’oppressione: basta renderla invisibile come sistema, frammentarla in mille battaglie separate, far sì che chi è oppresso non si riconosca negli altri oppressi.
Alle donne viene detto che il problema sono gli uomini in generale, non il sistema patriarcale che opprime anche molti uomini. Ai poveri viene detto che il problema sono gli immigrati, non la distribuzione iniqua delle ricchezze. Alle persone vittime di razzismo viene detto che devono integrarsi, non che il sistema è strutturalmente razzista. E così via, in un gioco infinito di specchi che riflettono divisioni invece che connessioni.
La dissimulazione attraverso lo spettacolo
Dissimulare non è solo nascondere. È molto più sofisticato. È creare una realtà parallela talmente coinvolgente da rendere quella vera difficile da vedere. La ristretta élite che detiene il potere non deve negare la politica: la trasforma in spettacolo. Non devono nascondere la ricchezza: basta presentarla come meritata, aspirazionale, parte del gioco.
La vera dissimulazione avviene attraverso la diffusione capillare di bisogni e paure che ci tengono in ostaggio. Ci vengono spruzzati addosso come spray invisibile il bisogno di apparire, di consumare, di competere, di distinguerci. La paura di restare indietro – la FOMO, di non essere abbastanza, di perdere quel poco che abbiamo. Modelli di vita che non sono i nostri, desideri consumistici che ci corrodono dall’interno, ansie prefabbricate che occupano tutto lo spazio mentale che potremmo usare per pensare, per connetterci, per organizzarci.
E poi, ancora più banalmente: questi fottuti telefoni. Ore e ore al giorno attaccati a uno schermo che ci promette connessione e ci consegna isolamento. Che ci offre informazione e ci somministra frammentazione. Che ci illude di partecipare e ci rende spettatori passivi dello spettacolo della nostra stessa vita.
L’enshittification come strategia
Ma come funziona, concretamente, questo meccanismo di cattura? Cory Doctorow, nel suo recente libro Enshittification, ha descritto con precisione chirurgica il processo attraverso cui le piattaforme digitali ci intrappolano. E non è casuale, non è un effetto collaterale: è il piano.
Il processo è in tre fasi, perfettamente orchestrato.
- Primo: la piattaforma ti attira con un’esca: accesso gratuito, facilità d’uso, promessa di connessione;
- Secondo: una volta che sei dentro e dipendi dal servizio, inizia la monetizzazione: pubblicità ovunque, algoritmi manipolatori, degradazione dell’esperienza utente;
- Terzo: quando sei intrappolato e tutte le alternative sono state eliminate, la piattaforma spreme tutto il valore possibile e lo trasferisce ai propri dirigenti e azionisti.
Esempi? Eccoli
Amazon che vende pannolini sottocosto per 100 milioni di dollari pur di far fallire Diapers.com e poi acquisirla. Meta che compra Instagram e WhatsApp per eliminare ogni possibile concorrente. Google che usa la sua posizione dominante per soffocare qualsiasi motore di ricerca alternativo. TikTok che ti promette intrattenimento e ti consegna dipendenza algoritmica e sorveglianza di massa. E poi ora sappiamo in quali mani è finito no?
Non continuiamo a usare questi servizi perché sono i migliori. Continuiamo a usarli perché non abbiamo alternative. E non abbiamo alternative perché queste aziende si sono premurate sistematicamente di eliminarle o di farcele ritenere poco valide, mentre i regolatori guardavano da un’altra parte o applaudivano in nome del libero mercato.
È la perfetta realizzazione materiale dello spettacolo debordiano: le piattaforme non mediano solo le nostre relazioni sociali attraverso le immagini, ma controllano l’intera infrastruttura attraverso cui quelle relazioni possono esistere. Non devi censurare il dissenso se puoi progettare un algoritmo che lo rende invisibile. Non devi reprimere l’organizzazione collettiva se puoi frammentare l’attenzione in mille rivoli irrilevanti.
Debord scriveva che “la realtà sorge nello spettacolo, e lo spettacolo è reale”. Oggi questo è più vero che mai, ma con un’aggravante: lo spettacolo non è più qualcosa che osserviamo passivamente, ma un’architettura proprietaria che possediamo solo in apparenza. È l’aria che respiriamo, il medium attraverso cui percepiamo il mondo, e ogni respiro arricchisce qualcun altro mentre ci impoverisce. E in questo spettacolo permanente, proprietario, algoritmicamente ottimizzato per la nostra separazione, la possibilità stessa di riconoscerci come maggioranza oppressa diventa non solo invisibile, ma letteralmente impensabile.
Vedere per unirsi
Il meccanismo è chiaro: per unirsi bisogna prima vederlo. Vedere il paradosso. Vedere che siamo i più, non i meno. Vedere che la nostra separazione non è naturale, ma costruita. Vedere che le nostre battaglie non sono inconciliabili, ma complementari.
Questo è il motivo per cui il controllo dell’informazione è così centrale. Non si tratta solo di censura diretta, anche se quella esiste e persiste. Si tratta soprattutto di saturazione: troppi stimoli, troppo rumore, troppe micro battaglie, troppe identità frammentate, troppi nemici finti che ci impediscono di vedere il nemico vero.
La disinformazione non è sempre una menzogna diretta. È spesso una verità decontestualizzata, un fatto isolato da un sistema, una prospettiva parziale presentata come totale. È farci guardare l’albero per non farci vedere la foresta. È tenerci occupati con le briciole mentre loro si spartiscono la torta.
La possibilità dell’unità
Ma ecco il punto: se la separazione è costruita, può essere decostruita. Se la frammentazione è prodotta, può essere superata. Se l’invisibilità della nostra maggioranza è mantenuta artificialmente, può essere resa visibile.
Non è ingenuo ottimismo. È presa di coscienza del fatto che il potere sa quanto siamo potenzialmente forti uniti, e per questo investe così tanto nel tenerci separati. Ogni battaglia per i diritti delle donne che esclude le donne povere o vittime di razzismo è una vittoria per loro. Ogni lotta di classe che ignora le dinamiche di genere o razziali è una vittoria per loro. Ogni movimento antirazzista che non critica il capitalismo è una vittoria per loro.
Unità non significa negare le specificità. Significa riconoscere le connessioni. Significa vedere che quando ci definiamo “il 90% della popolazione mondiale” non stiamo facendo retorica, ma stiamo descrivendo una realtà materiale. Una realtà che il sistema fa di tutto per rendere impensabile, perché se diventasse pensabile, se diventasse visibile, se diventasse la base per un’organizzazione collettiva, cambierebbe tutto.
Forse il primo atto rivoluzionario, oggi, è proprio questo: staccarci progressivamente da questi telefoni che ci tengono in ostaggio, sottrarci allo spettacolo permanente, e iniziare a vederci davvero. Riconoscere che le nostre solitudini sono collettive, che le nostre oppressioni sono connesse, che la nostra forza numerica è reale e potenzialmente dirompente.
Basta iniziare.