Dopamina a domicilio: l’amore come al supermercato nelle app di dating

“Solo per curiosità.”

Quante volte l’abbiamo sentita, questa frase? Quante volte l’abbiamo detta, magari pure a noi stessi? Ho avuto a che fare con un uomo che, nonostante una relazione che definiva “importante e indiscutibile”, si ostinava a mantenere attivo il suo account Tinder. Lo scopo dichiarato? Appunto: curiosità. La verità? Beh, la deduciamo tutti, no?

Tinder, Bumble, Grindr e tutti gli altri. Un ecosistema infinito di app che promettono connessioni, incontri, forse l’amore. Milioni di persone che scivolano il dito sullo schermo, swipe dopo swipe, in una giostra che sembra non fermarsi mai. E la domanda che dovremmo farci non è “funzionano?”, ma qualcosa di più viscerale: tutta questa roba ci sta bruciando il cervello?

Il casinò neurologico nello smartphone

Dietro ad ogni swipe non c’è solo speranza romantica o voglia di compagnia. C’è neurochimica pura, baby. Ogni volta che scorri quel dito, il tuo cervello rilascia dopamina: sì, quella roba che ti fa sentire bene, quella che il tuo sistema nervoso usa per dirti “ancora, ancora, ancora”.

È lo stesso meccanismo che si attiva con le slot machine, con i social media, con tutto ciò che è progettato per tenerti lì, incollato, in attesa della prossima ricompensa.

E poi c’è la serotonina, che regola il tono dell’umore. Il problema è che questi sistemi non sono stati progettati per farti stare bene a lungo termine. Sono stati progettati per farti tornare. Continuamente.

Il meccanismo è diabolicamente semplice: lo swipe è facile, immediato, quasi ipnotico. Ma la percentuale di match è bassa. Strutturalmente bassa. Questo significa che per ogni “sì” ricevi una valanga di “no” impliciti. Il tuo cervello registra ogni singolo rifiuto, anche quando è solo un profilo che scorre via. E cosa succede? Il senso di solitudine non diminuisce, aumenta. Ti senti ignorato, invisibile, inadeguato.

Eppure continui a swipare. Perché magari il prossimo…

Instagram non è un’app di dating (ma proviamoci lo stesso)

Confesso una cosa: non ho mai scaricato un’app di dating. Nemmeno per curiosità, nemmeno per “vedere che gente c’è”. Ma sarebbe ipocrita dire che non ho mai usato i social per ampliare la mia rete di conoscenze, per cercare connessioni. Instagram, nel mio caso.

Il problema di usare uno strumento non progettato per lo scopo che hai in mente è che non hai garanzie. Nessuna. Non sai cosa ti aspetta dietro quel profilo estetico, quella bio studiata, quei reel perfetti. Ho visto cose che voi umani… e in questo sottoinsieme mi ci metto pure io. Situazioni al limite, persone che cercavano l’attenzione come ossigeno, dinamiche tossiche mascherate da autenticità.

E poi c’è un’altra cosa che ho notato, una specie di fenomeno antropologico: i profili maschili su Instagram che seguono un certo tipo di profili femminili. Tutti uguali. Non sto scherzando eh. Sembra che seguano un manuale, un copione prestabilito. Stessi interessi dichiarati, stessa estetica, stessa modalità di interazione. È come se ci fosse una sorta di template del “maschio su Instagram in cerca di connessioni”, dove anche il desiderio è standardizzato, confezionato, ottimizzato secondo parametri che qualcuno – chissà chi, chissà dove, chissà chi ha iniziato –  ha stabilito essere “vincenti”.

Non è solo conformismo: è l’applicazione della logica dell’algoritmo anche all’identità personale. Se tutti i profili che performano bene hanno queste caratteristiche, allora io costruisco la mia presenza seguendo lo stesso schema. Il risultato? Un esercito di cloni digitali che inseguono altri cloni digitali, in un gioco di specchi dove l’autenticità è quella cosa che dici di cercare ma che in realtà ti fa paura.

Perché alla fine, che si chiami Tinder o Instagram, il meccanismo è lo stesso: siamo in un ipermercato affettivo, dove scorriamo scaffali infiniti di potenziali connessioni come fossero prodotti da confrontare, valutare, scartare.

Il capitale affettivo e l’algoritmo del desiderio

Ecco il punto che mi fa più incazzare: abbiamo applicato la logica di mercato all’intimità. Il capitalismo, che ormai si è infiltrato capillarmente in ogni fessura della nostra quotidianità, ha trasformato anche le relazioni in assets da ottimizzare. Cerchiamo “capitale affettivo” come se stessimo compilando un portfolio di investimenti.

E in questo sistema, diventiamo prodotti. Prodotti funzionali al benessere (o al piacere, o alla validazione) di qualcun altro che nemmeno conosciamo. Ci auto costruiamo secondo parametri di appetibilità oggettiva, dimenticando che c’è un’intera storia umana contraddittoria, imperfetta, meravigliosa dietro ognuno di noi.

La pressione sociale si autoalimenta: devi essere presente, devi essere visibile, devi ottimizzare il tuo profilo, scegliere la foto giusta, scrivere la bio perfetta. E poi swipare, matchare, chattare, ghostare, ripetere.

Non è solo stanchezza, è un malessere diffuso, strutturale. Ci sentiamo continuamente in vetrina e continuamente rifiutati. Connessi ma soli. Con mille possibilità e nessuna vera scelta.

Il vero match

Certo, le app hanno anche aspetti positivi. Quando ti trasferisci in una città nuova, quando la socializzazione “alla vecchia maniera” sembra impossibile, quando hai bisogno di allargare la tua cerchia, vengono in aiuto. Ma forse dovremmo trovare il tempo per riflettere un po’ più a fondo, a riguardo.

Forse dovremmo chiederci se questa ricerca spasmodica, questa scrollata infinita, questo swipe compulsivo non sia in realtà una fuga. Non dalla solitudine, ma da qualcosa di più profondo: dall’incontro con noi stessi.

Perché il vero match non è con un profilo perfettamente curato che dice le cose giuste al momento giusto. Il vero match è con la tua parte più autentica, quella che non ha bisogno di ottimizzazione, quella che non si misura in percentuali di compatibilità. Quella che semplicemente è.

E no, non serve un algoritmo per trovarla. Una volta fatto questo – leggi tra le righe: definito chi sei e cosa vuoi onestamente – forse, e dico forse, c’è margine per l’incontro REALE con l’altro.

P.s.: “Ma Sara, anche tu usi i social” . Lo so. Sono consapevole della contraddizione, così come della mia recente redenzione. Questo è un work in progress su me stessa e sul tentativo di trovare la quadra tra il mio modo di pensare e il mio lavoro. Iniziamo a chiamare le cose con il loro nome, no? Chi lo sa, potrebbe saltare fuori del marketing autentico.

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