Scrollare come deriva urbana: l’architettura invisibile dei feed e la perdita del movimento libero
Sono le 23:47. Dovevo andare a dormire un’ora fa. Apro Instagram “solo per cinque minuti”: controllare un messaggio, vedere se qualcuno ha risposto a una storia.
E poi succede.
Un reel. Poi un altro. Un post sponsorizzato. Un carosello di citazioni motivazionali. Un video di cucina. Una pubblicità di scarpe che ho guardato tre giorni fa su un altro sito. Un meme. Un thread che inizia con “ Cose che nessuno ti dice su…”.
Alzo lo sguardo. Sono le 00:32.
45 minuti. Spariti. E non so nemmeno cosa ho visto.
C’è una sensazione particolare in questo momento. Non è esattamente colpa, anche se c’è un po’ di quella. Non è esattamente rabbia, anche se c’è anche quella. È più simile a disorientamento. Come quando cammini per una città e all’improvviso ti rendi conto di non sapere come sei arrivato dove sei. Non ricordi le svolte, le strade, i passaggi.
Ti sei perso. Ma qualcuno ti ha guidato.
La deriva che non c’è: quando Debord incontra l’algoritmo
Nel 1958, Guy Debord e i situazionisti teorizzarono la dérive: la deriva psicogeografica. L’idea era sovversiva e bellissima: camminare per la città senza meta, senza piano, lasciandosi guidare dalle attrazioni del terreno, dalle emozioni che gli spazi suscitano, dagli incontri casuali.
La deriva era un atto di libertà radicale contro la città funzionalista.
La città moderna, con le sue strade progettate per l’efficienza, i suoi percorsi ottimizzati per il commercio, la sua geometria che serve il capitale, vuole che tu ti muova in modo prevedibile. Casa-lavoro-supermercato-casa. Percorsi stabiliti, flussi controllati.
La deriva invece diceva No. Io mi muovo come voglio. Seguo il desiderio, la curiosità, l’istinto. Mi perdo intenzionalmente per scoprire la città che vive sotto la città ufficiale. La deriva era perdersi per ritrovarsi.
Debord parlava di “psicogeografia”: lo studio degli effetti psichici che l’ambiente urbano produce sui nostri comportamenti e stati d’animo. Certe strade ti fanno sentire ansioso. Certi quartieri ti rallentano. Certi vicoli ti chiamano. La città non è neutra, ha una geografia emotiva, psichica, e la deriva era il modo per mapparla, per esplorarla, per riprendersi il diritto al movimento libero in uno spazio che ti vuole consumatore, lavoratore, unità economica, mai flaneur, mai esploratore, mai libero.
Ora, fermati un secondo e pensa a come scorri Instagram.
Pensa all’ultima volta che hai aperto l’app. Dove eri diretto? Dove sei finito? Ricordi il percorso?
L’architettura invisibile del feed: chi costruisce le strade che camminiamo
Ecco la verità brutale: quando scorri un feed, non stai derivando. Stai seguendo un percorso meticolosamente progettato da qualcun altro.
L’algoritmo è l’urbanista invisibile del tuo spazio digitale. E come ogni urbanista, ha un piano. Ma a differenza degli urbanisti della città fisica, che almeno operano (in teoria) per il bene pubblico, l’algoritmo ha un solo obiettivo: tenerti lì.
Più tempo passi sull’app, più dati produci, più pubblicità vedi, più valore crei per la piattaforma. Quindi l’algoritmo studia. Impara. Ottimizza.
Cosa ti fa fermare? Cosa ti fa cliccare? Cosa ti fa scrollare ancora, ancora, ancora? Quali emozioni ti tengono incollato? Rabbia? Invidia? Curiosità? Desiderio? FOMO?
E poi costruisce il tuo feed intorno a quelle emozioni.
Non è malevolo nel senso tradizionale o umano del termine. È semplicemente ottimizzato per un obiettivo che non è il tuo benessere, bensì il tempo che passi sulla piattaforma. È la logica stessa dell’attention economy – l’economia dell’attenzione – dove il tuo tempo è la risorsa più preziosa e ogni piattaforma combatte per estrarne il massimo.
Se la città funzionalista voleva che tu fossi un consumatore efficiente, il feed ti vuole consumatore infinito. Non c’è destinazione. Non c’è “arrivo”. C’è solo scroll, scroll e ancora scroll.
Il feed è progettato per non finire mai. È architettura della dipendenza mascherata da libertà di scelta.
Pensaci: nella città fisica puoi vedere le strade. Puoi vedere dove portano. Puoi scegliere di non prenderle. Ma nel feed le strade sono invisibili. Non vedi la struttura che ti guida. Non vedi quali contenuti vengono promossi, quali nascosti, quali amplificati, quali soppressi.
Credi di seguire i tuoi interessi, ma stai seguendo un percorso costruito per massimizzare il tuo engagement.
Credi di scoprire contenuti, ma stai vedendo quello che l’algoritmo ha deciso che vedrai.
Credi di muoverti liberamente, ma sei su un tapis roulant.
La differenza cruciale: deriva vs vagabondaggio guidato
La deriva situazionista aveva caratteristiche precise:
1. Intenzionalità: Scegli di perderti. È un atto consapevole, quasi meditativo. Esci di casa con l’intenzione di seguire l’istinto, non il piano.
2. Agency: Sei tu che decidi quando svoltare, quando fermarti, quando tornare indietro. Il potere è tuo.
3. Scoperta autentica: Quello che trovi non è stato selezionato per te da qualcun altro. È frutto del caso, dell’incontro, della sincronicità.
4. Resistenza: La deriva è un atto politico. È dire No alla città che ti vuole produttivo, efficiente, prevedibile.
Ora pensa allo scrolling:
1. Inconsapevolezza: Quante volte apri Instagram senza nemmeno renderti conto di averlo fatto? È automatico, compulsivo. Non è una scelta, è un riflesso.
2. Perdita di agency: Non sei tu che guidi. Segui quello che ti viene mostrato. L’algoritmo decide il percorso, tu lo percorri.
3. Scoperta filtrata: Quello che trovi è stato selezionato da un sistema che conosce i tuoi pattern meglio di te. Non è caso. È calcolo.
4. Conformità: Invece di resistere alla logica del sistema, scrollare ti rende parte perfettamente integrata del sistema. Sei ingranaggio che si autoalimenta.
La deriva è perdersi per ritrovarsi. Scrollare è perdersi per perdersi.
C’è una parola che i situazionisti usavano: détournement: sovversione, deviazione. Prendere gli strumenti del potere e usarli contro il potere stesso. Prendere il linguaggio della pubblicità e farne critica. Prendere le immagini del consumismo e farne arte rivoluzionaria.
Ma come fai il détournement dell’algoritmo quando l’algoritmo si adatta a qualsiasi tuo movimento?
Come resisti a un sistema che impara dalla tua resistenza e la incorpora nel suo funzionamento?
La nostalgia di un internet che si poteva esplorare
C’è stato un momento – alcuni di noi lo ricordano – in cui internet sembrava un luogo per la deriva.
Forum oscuri dove arrivavi seguendo link casuali. Blog personali che scoprivi tramite blogroll. Siti che si linkavano a vicenda senza algoritmo di mezzo.
Internet aveva ancora strade visibili. Potevi perderti, sì, ma eri tu che sceglievi dove andare. Cliccavi un link perché ti incuriosiva, non perché un algoritmo aveva deciso che quel link ti avrebbe tenuto sul sito più a lungo.
La differenza fondamentale? I link erano orizzontali, non verticali.
Erano persone che dicevano ad altre persone: “Hey, guarda cosa ho trovato.” Era passaparola digitale, era scoperta condivisa, era costruzione di comunità attraverso interessi simili.
Ora i link sono verticali. La piattaforma decide cosa vedi. La piattaforma media ogni interazione. La piattaforma è urbanista, architetto, e padrone di casa. E tu sei ospite in uno spazio che sembra pubblico ma è privatissimo.
I social media hanno preso lo spazio più anarchico che l’umanità avesse mai creato – internet – e lo hanno trasformato in centri commerciali con sorveglianza algoritmica.
E noi? Noi scorriamo. Crediamo di esplorare quando stiamo solo consumando un feed personalizzato progettato per tenerci dentro.
È possibile una deriva digitale?
Allora la domanda diventa: è ancora possibile perdersi online in modo intenzionale? O siamo condannati a muoverci solo lungo le strade che l’algoritmo costruisce per noi?
Io credo (voglio credere) che ci sia ancora spazio per la deriva. Ma questo richiede intenzione feroce. Richiede consapevolezza costante. Richiede resistenza attiva contro il flusso progettato.
Alcune possibilità:
1. Cercare senza scopo: Invece di seguire il feed, cerca parole casuali, hashtag oscuri, cose che non centrano niente con i tuoi interessi. È sovversione piccola ma reale. Confonde l’algoritmo. Lo costringe a mostrarti cose per cui non sei stato profilato.
2. Seguire i margini: Cerca account piccoli, persone fuori dal tuo network, lingue che non parli. I margini del social sono meno ottimizzati, meno controllati. Lì c’è ancora un po’ di caos.
3. Disattivare tutto quello che si può disattivare: Notifiche, suggerimenti, “potrebbe piacerti”. Ogni sistema di raccomandazione è un’altra strada che qualcun altro sta costruendo per te.
4. Tempo limitato e consapevole: Imposta un timer. Entra con uno scopo. Esci quando hai finito. La deriva ha una fine, il feed no.
5. Scegliere piattaforme meno aggressive: per fare un esempio, Reddit può essere tossico ma almeno puoi scegliere i subreddit.
Ma soprattutto: resetta l’algoritmo quando diventa troppo stretto.
Perché l’algoritmo impara. Si adatta. Ti ingabbia sempre più precisamente in quello che sa che funziona su di te. E quella gabbia diventa sempre più piccola finché il tuo feed non è più una finestra sul mondo ma uno specchio deformato di te stesso.
Tools pratici: resettare l’algoritmo Instagram (aggiornato ad Ottobre 2025)
Ok, basta filosofia per un secondo. Facciamo pratica.
Se senti che il tuo feed Instagram è diventato claustrofobico, ripetitivo, ottimizzato per tenerti dentro invece che per mostrarti cose interessanti, ecco cosa puoi fare per resettarlo:
1. Pulisci la tua attività
Impostazioni > Account > Cronologia delle attività > Visualizza tutto
- Vai nelle interazioni recenti e deseleziona “Consiglia contenuti simili” su tutti i post con cui hai interagito ma che non rispecchiano realmente i tuoi interessi
- Funziona particolarmente bene sui Reels – ogni volta che guardi un reel “per sbaglio” ma l’algoritmo pensa ti piaccia, deseleziona
2. Resetta i tuoi interessi
Impostazioni > Account > I tuoi interessi
- Instagram ti mostra quali categorie pensa ti interessino
- Rimuovi tutto quello che non è accurato (spoiler: sarà molto)
- Questo è aggiornato a ottobre 2025 – prima questa feature non esisteva, ora finalmente c’è
3. Usa “Non mi interessa” strategicamente
Quando un contenuto appare nel tuo feed che NON vuoi vedere più:
- Premi i tre puntini in alto a destra
- Seleziona “Non mi interessa”
- Scegli il motivo più specifico possibile. L’algoritmo impara di più da questo che dal semplice scrolling passivo
4. Disattiva le raccomandazioni dei Reels
Impostazioni > Contenuti consigliati
- Puoi mettere in pausa temporaneamente i contenuti consigliati nei Reels (dura 30 giorni)
- Questo azzera parzialmente la “memoria” dell’algoritmo su cosa ti piace guardare
5. Cura attivamente, non passivamente
- Segui account nuovi fuori dalla tua bolla: arte, scienza, lingue straniere, qualsiasi cosa non sia già nel tuo feed
- Smetti di seguire almeno 10-15 account che non ti interessano più (lo sappiamo, li seguiamo per inerzia)
- Interagisci intenzionalmente: metti like e commenta solo su contenuti che DAVVERO vuoi vedere di più
6. Usa le liste Close Friends strategicamente
Crea diverse liste di Close Friends per diversi tipi di contenuto che vuoi vedere. Instagram interpreta questo come segnale di interesse specifico e diversifica il feed
7. Cancella cache e dati (drastico)
Se vuoi davvero ricominciare da zero:
- Disinstalla l’app
- Reinstalla
- Nelle prime ore/giorni, interagisci SOLO con contenuti che rispecchiano ciò che vuoi vedere. L’algoritmo si ricostruisce rapidamente, ma hai una finestra per influenzarlo
8. Limita il tempo di scroll automatico
Impostazioni > Gestione del tempo
- Imposta limiti giornalieri
- Attiva “Promemoria per fare una pausa” ogni 15-30 minuti. Meno tempo passi, meno dati dai all’algoritmo, meno ti conosce, meno ti intrappola.
IMPORTANTE: Questi strumenti sono aggiornati a ottobre 2025. Instagram cambia costantemente. Potrebbero essere spostati, rinominati, o rimossi. Ma il principio rimane: ogni volta che toglie agency, cerca modi per riprenderla.
Riprendersi il movimento: dalla consapevolezza all’azione
I situazionisti non erano ingenui. Sapevano che il potere costruisce le strade. Che il capitale modella le città. Che le strutture guidano i comportamenti. Ma credevano che la consapevolezza fosse il primo passo verso la libertà.
Se vedi le strade, puoi scegliere di non percorrerle. Se capisci la mappa, puoi disegnarla diversa. Se riconosci la gabbia, puoi cercare le crepe.
Lo scrolling inconsapevole è gabbia. Lo scrolling consapevole – sapere che sei guidato, sapere chi ti guida e perché, scegliere comunque come muoverti – quello può essere resistenza. Piccola, fragile, ma reale.
Attenzione: non sto dicendo che dobbiamo abbandonare i social. Sarebbe ingenuo quanto dire ai situazionisti di abbandonare le città. Le città sono dove viviamo. I social sono dove viviamo, che ci piaccia o no. Ma possiamo vivere in modo diverso.
Possiamo aprire l’app con intenzione invece che per riflesso. Possiamo chiederci: “Dove voglio andare?” invece di lasciare che il feed decida per noi. Possiamo resettare, pulire, confondere l’algoritmo ogni volta che la gabbia si stringe troppo. Possiamo cercare i margini, gli spazi meno ottimizzati, dove il caso e il caos resistono ancora. Possiamo ricordarci che il movimento libero è un diritto, non un privilegio da concedere.
E forse possiamo iniziare a chiedere piattaforme diverse. Non solo regolamentazione dall’alto (anche quella eh), ma costruzione dal basso di spazi digitali che non siano centri commerciali con sorveglianza ma piazze pubbliche vere, dove puoi ancora perderti senza che qualcuno stia guadagnando dalla tua perdita.
La prossima volta che apri Instagram, fermati un secondo. Chiediti: sto derivando o sto seguendo? Sto esplorando o sto consumando? Sto scegliendo il mio percorso o sto camminando su strade costruite per me? E se la risposta non ti piace, ricorda: puoi sempre svoltare.
Può essere difficile. Può richiedere sforzo. Può non funzionare sempre. Ma tra scrollare inconsapevole e deriva intenzionale c’è la stessa differenza che c’è tra essere trasportato e camminare. E tu, dove vuoi andare?