AAA Cercasi ANTIFA disperatamente

Camera dei Rappresentanti, commissione Sicurezza interna, 11 dicembre 2025. Testimonia Michael Glasheen, direttore operativo della National Security Branch dell’FBI. Dichiara che Antifa è la principale minaccia terroristica interna agli Stati Uniti.

Il deputato Bennie Thompson gli rivolge tre domande.

Dove ha sede. Quanti sono. Come lo sapete.

Glasheen alza le mani e le riabbassa. Dice che le indagini sono attive. Dice che il quadro è fluido, “non diverso da Al Qaeda o dall’ISIS”. Poi pronuncia una frase che gli sfugge di mano e resta agli atti: “Stiamo costruendo l’infrastruttura.”

Thompson chiude l’audizione così: “lei non verrebbe qui a dire una cosa che non può dimostrare, so che non lo farebbe, ma lo ha fatto.”

Il 16 luglio 2026, al Dipartimento di Stato, Marco Rubio riunisce i rappresentanti di oltre sessanta Paesi sulla “rinascita del terrorismo transnazionale di estrema sinistra”.

L’infrastruttura, evidentemente, è stata costruita.

 

 

 

La contabilità di una paura

 

 

Il metodo è documentato, non è materia di interpretazione. Tra il 23 giugno e il 6 luglio – quattordici giorni – Donald Trump ha evocato il comunismo ottantuno volte. Lo ha contato Reuters, esaminando dichiarazioni pubbliche e post. L’accelerazione parte esattamente il giorno dopo una serie di vittorie di candidati socialisti alle primarie di New York. Al Mall, per il 4 luglio, il presidente ha definito il comunismo un cancro da estirpare in fretta; altrove una minaccia superiore alle due guerre mondiali e all’11 settembre.

Nel frattempo il suo staff faceva girare i focus group. Il risultato, riferito sempre a Reuters, è quasi comico nella sua franchezza: la parola funziona benissimo sulla base, non funziona sugli indipendenti, non dice nulla a chi ha meno di cinquantacinque anni. “Non credo che il comunismo significhi la stessa cosa per chiunque sia sotto i 55”, commenta una stratega repubblicana.

Ecco il problema tecnico dello spauracchio rosso nel 2026: è un fantasma anagrafico. Spaventa solo chi ha già paura.

Serve un ponte. Serve una parola che tenga insieme il vecchio terrore ideologico e la faccia concreta di chi oggi sta in strada: chi blocca i furgoni dell’ICE, chi occupa i campus per la Palestina, chi manifesta dopo l’ennesimo morto ammazzato. Quella parola è antifa.

Ovviamente non si tratta di un’organizzazione ma solo di un’abbreviazione – antifascista – e la sua forza operativa, per chi la impugna dall’altra parte, sta precisamente qui: non avendo sede, tessere, gerarchia né rivendicazioni, può contenere chiunque. Un nemico privo di confini è un nemico infinitamente estensibile.

Non è un difetto del dispositivo. È il dispositivo.

 

 

Il buco nell’elenco

 

 

C’è un documento che dice tutto quello che il vertice non dirà. È la strategia antiterrorismo dell’amministrazione, pubblicata a maggio. Chiede l’identificazione e la neutralizzazione rapida dei gruppi la cui ideologia sia – cito la formula ufficiale – antiamericana, radicalmente pro transgender e anarchica.

Non nomina i gruppi neonazisti. Non nomina il nazionalismo bianco. La stessa strategia, nella versione del primo mandato Trump del 2018, li includeva. Nel 2026 sono spariti. Depennati. Il suprematismo bianco negli Stati Uniti non è stato smantellato, è stato tolto dal modulo. È la forma più pura di soluzione di un problema: smettere di misurarlo.

Vale la pena guardare come si comporta chi il mestiere lo fa. In Belgio l’organo che analizza la minaccia – l’OCAM, gente non sospettabile di simpatie per i centri sociali – tiene una banca dati degli estremisti sotto sorveglianza prioritaria. L’estrema destra vi pesa per l’8%, seconda voce dopo lo jihadismo, e le segnalazioni riconducibili a quell’area sono passate dal 5% del 2024 al 13% del 2025. Il fenomeno esiste, si conta, cresce, e lo si scrive.

Washington convoca sessanta governi contro un nemico che i suoi stessi analisti non sanno perimetrare, mentre cancella dal proprio documento strategico quello che gli altri, numeri alla mano, vedono crescere.

Come vogliamo chiamarlo se non un cambio di inquadratura? Lo spettacolo non nasconde: ritaglia. Ti mostra tutto quello che sta dentro il rettangolo e ti convince che fuori non ci sia niente.

 

 

A cosa serve davvero la sala riunioni

 

 

Sarebbe consolante liquidare il 16 luglio come un fuoco d’artificio elettorale in vista delle mid term. Sarebbe anche un errore, perché sotto la propaganda c’è un pezzo di ingegneria giuridica.

Sebastian Gorka, lo zar dell’antiterrorismo dell’amministrazione, ha discusso con i colleghi sulla possibilità di applicare ad antifa le etichette riservate al terrorismo straniero. Il motivo è tecnico e conviene capirlo bene: l’ordine esecutivo che qualifica antifa come organizzazione terroristica interna è, quanto a strumenti, quasi impotente. La designazione come organizzazione terroristica estera, invece, sblocca l’arsenale vero (sorveglianza, tracciamento finanziario, cooperazione giudiziaria) e consente di colpire cittadini americani in quanto collegati a un’entità straniera.

Jason Blazakis, che per dieci anni ha diretto quel processo di designazione al Dipartimento di Stato, spiega che la strada è sbarrata: se un gruppo ha una presenza interna significativa, non può essere designato come straniero.

Ed ecco a cosa serve la sala riunioni.

Serve a fabbricare l’estero. Serve a costruire il transnazionale che manca. A novembre il Dipartimento di Stato ha già designato come terroristiche alcune sigle europee, come la rete tedesca Antifa Ost, gruppi greci, sigle anarchiche italiane. Se sessanta governi si siedono a quel tavolo, condividono dati, sottoscrivono un lessico comune, allora l’anello straniero esiste per definizione: lo hanno certificato gli alleati.

In pratica stanno chiedendo all’Europa di firmare il certificato di esistenza della minaccia.

Il resto d’Europa, va detto, ha capito. A maggio un incontro sul tema all’Aja è finito nel nulla e i Paesi Bassi si sono rifiutati di ospitarlo; una riunione di giugno a Washington è stata descritta da chi c’era come un flop. Molte cancellerie mandano personale d’ambasciata, cioè mandano un’assenza in giacca e cravatta. La Norvegia non ci va a livello politico. Un diplomatico europeo ha spiegato tutto al Washington Post con quattro parole: non abbiamo antifa.

 

 

E poi c’è l’Italia

 

 

L’Italia invece, chissà perché, ci tiene.

Dalla Farnesina era filtrata prudenza. È stata Giorgia Meloni a imporre la svolta: non una presenza diplomatica ma politica. Non un ministro, ma nemmeno un funzionario: un sottosegretario. Scartato il viceministro Cirielli, scartata la sottosegretaria Tripodi, la scelta è caduta su Nicola Molteni, leghista, sottosegretario all’Interno, l’uomo che al Viminale segue proprio i dossier dell’antiterrorismo. Non un caso: la Lega ha già depositato in Parlamento una proposta di legge per designare antifa organizzazione terroristica anche qui.

Poi, lunedì sera, la scena si è fatta involontariamente perfetta. Salvini annuncia al Tg3 che Molteni non parte: ha la commissione, c’è il patto immigrazione, “non penso che riuscirà ad andare da nessuna parte al mondo”. A tre giorni dal vertice, la delegazione italiana è tornata un’incognita.

Godiamoci il balletto per quello che è ma non distraiamoci: il ridicolo è la superficie, non il contenuto.

Perché in Italia il comunismo, come spauracchio, non funziona: è un fantasma che spaventa una fascia d’età e nessun’altra. Ma l’operazione non ha bisogno di partire dall’ideologia. Può partire dal basso, dai corpi che già si vedono in piazza – i cortei per la Palestina, i centri sociali, i presidi No Ponte, gli attivisti per il clima, il sindacalismo di base – e appiccicarci sopra, a posteriori, l’etichetta importata. Non serve convincere nessuno che esista un’internazionale rossa. Serve solo che, la prossima volta che un corteo blocca una strada, la parola disponibile nel dibattito pubblico non sia manifestazione ma terrorismo.

Il decreto sicurezza ha già fatto metà del lavoro. Il tavolo di Rubio offre l’altra metà: il precedente, il modello, la legittimazione internazionale.

Se per molti questa è una gita indecorosa, per alcuni è un corso di aggiornamento professionale. E l’Italia si presenta come allieva particolarmente motivata.

 

 

Coda

 

 

Resta una domanda, ed è l’unica che conti. L’ha messa nero su bianco AVS in un’interrogazione a Meloni e Tajani, solo che nessuno ha ancora risposto:

È vero che a giugno l’amministrazione americana ha chiesto all’Italia informazioni su gruppi e associazioni della sinistra italiana? E se sì, è stato dato seguito?

Tutto il resto – il rango della delegazione, il calendario parlamentare, i gadget MAGA da riportare a casa dopo il berretto di Tajani al board of peace – è mera coreografia.

Il dato è questo: qualcuno ha chiesto degli elenchi. E non sappiamo se qualcuno, a Roma, li stia compilando.

Perché l’inserzione, alla fine, non la scrivono a Washington.

Stiamo costruendo l’infrastruttura.

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