Cosa ci perdi a essere femminista
Facciamo un esperimento mentale.
Immagina che domani mattina il femminismo vinca. Completamente. Parità salariale reale, fine della violenza di genere, lavoro di cura riconosciuto e distribuito, nessuna bambina cresciuta per fare spazio ad altri e nessun bambino cresciuto con l’idea di non piangere. Così, di punto in bianco il patriarcato smette di funzionare.
Cosa perdi?
Prenditi un momento. Fai la lista. Dai, su, di solito non avete problemi a tirare fuori le cose. Cosa ti verrebbe tolto, concretamente, se vivessimo in una società in cui uomini e donne fossero davvero uguali. Non sulla carta, ma nei corpi, nei salari, nelle strade di notte, nelle riunioni, nei pronto soccorso, nelle cucine, nelle eredità?
Se la lista è vuota, benvenuto. Con molta probabilità sei già femminista, anche se non lo sai ancora.
Se la lista non è vuota, quello che ci hai scritto dentro merita di essere guardato da vicino. Perché quasi certamente non è un privilegio. È la gabbia in cui hai imparato a vivere.
Vieni che te lo spiego
Il femminismo ha un problema di marketing. Lo dico io che sono autorevole in materia, ma anche Chimamanda Ngozi Adichie con la precisione di chi conosce bene entrambe le cose: la letteratura e il mondo. La parola “femminista” spaventa, irrita, polarizza. Evoca battaglie, esclusioni, accuse. Molte donne la rifiutano. Moltissimi uomini la rifiutano ancora prima di averci pensato. Come quando giudichi un libro dalla copertina e poi scopri che l’ha scritto una donna e che parla di te.
Eppure la definizione è disarmante nella sua semplicità: femminista è chi crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi. Punto.
Non è una dichiarazione di guerra. È una descrizione dello stato delle cose, e visto e considerato come siamo messi, la richiesta che cambi.
Ciò che mette così a disagio della parola femminista è quello che porta con sé – il cambiamento – che, per essere soddisfatto, richiede che qualcuno ceda qualcosa. E nessuno cede niente volentieri, anche quando quello che tiene in mano non vale quanto pensa. Specialmente quando è convinto che le dimensioni contino più di quanto contino davvero.
Quello che tieni in mano pesa tantissimo
Simone de Beauvoir nel 1949 ha scritto qualcosa che suona ancora come un pugno nello stomaco: la donna non nasce donna, lo diventa. Ma il corollario che viene spesso dimenticato è altrettanto vero: l’uomo non nasce padrone, lo diventa anche lui. Viene costruito in quel ruolo con la stessa sistematicità con cui la donna viene costruita nel suo.
Il maschio cresce con una serie di divieti emotivi presentati come caratteristiche naturali. Non piangere. Non chiedere aiuto. Non mostrare paura. Non essere vulnerabile. Devi essere forte, sempre, comunque, anche quando non ce la fai.
Questi non sono doni, sono amputazioni. No, non arrabbiarti, nessuno se la prenderà coi tuoi gioielli. Ciò che ti è stato inculcato viene spacciato per virilità, ma sono tutte limitazioni. E i costi li paghi tutta la vita: nelle relazioni che non riesci a mantenere, nelle crisi che non riesci a nominare, nelle cadute che vedi come grandi fallimenti, nei momenti in cui avresti bisogno di qualcuno e non sai come dirlo.
La rigidità di genere non protegge gli uomini. Li isola.
Non sono solo seghe mentali
Caroline Criado Perez in Invisible Women ha documentato qualcosa di paradossale: il mondo è stato costruito usando il corpo maschile come default, i comportamenti maschili come norma, i dati maschili come universali. Credi sia un vantaggio vero? In molti casi invece è un problema anche per gli uomini.
I farmaci testati quasi esclusivamente su soggetti maschili hanno prodotto decenni di dosaggi sbagliati. Per le donne, certo, ma anche per gli uomini che non rientravano nel profilo standard del campione. Credi di essere nel campione vero? Ma ti sei visto allo specchio, campione?
E il paradosso è che l’unica categoria di farmaci testata sistematicamente sui corpi femminili è la contraccezione: come se prevenire una gravidanza fosse un problema esclusivamente femminile, da gestire con il proprio corpo e i propri effetti collaterali. Dimenticando che per fare un figlio serve anche l’apporto maschile.
No, non è retorica. Argomento meglio: uno studio OMS su un contraccettivo iniettabile maschile – efficace al 96%, più del salto della quaglia – si è interrotto in anticipo perché venti uomini hanno abbandonato a causa degli effetti collaterali: cambiamenti dell’umore, acne, palpitazioni. Gli stessi che le donne sopportano ogni giorno da decenni e che non hanno mai costituito motivo sufficiente per fermare nulla. Se il mondo dovesse giudicare questo campione di uomini con la stessa cattiveria con cui l’uomo medio sentenzia mediamente sulle donne, darebbero loro delle mammolette. Dai cazzo, le palpitazioni non si può proprio sentire. Saranno gli ormoni.
Di palo in frasca, vediamo se mi stai dietro. Le città progettate per il pendolarismo lineare ignorano la complessità dei percorsi reali che, udite udite, riguardano anche gli uomini che fanno i padri, che accudiscono genitori anziani, che non lavorano secondo il modello fordista che il ventesimo secolo ha usato come riferimento.
Ma c’è qualcosa di più profondo nel ragionamento di Criado Perez: quando mezzo mondo viene escluso dai dati, le decisioni che ne derivano sono peggiori per tutti. Non solo per chi è assente nelle statistiche eh? Un sistema che funziona parzialmente non è un sistema che funziona. È un sistema che spreca. Ecco, pensa in che razza di mondo vivi.
Forse ci arrivi anche tu
Rebecca Solnit in Gli uomini mi spiegano le cose racconta di un uomo che le spiega il suo stesso libro senza sapere che lei ne è l’autrice. L’aneddoto è diventato famoso, ma il punto più interessante non è la comicità della situazione, ma la struttura che la produce. Perché sì, a volte gli uomini entrano nelle conversazioni senza bussare, convinti di portare qualcosa di nuovo. Succede anche altrove, ma lì almeno non si chiamano esperti.
Nello spazio pubblico, le voci femminili vengono sistematicamente interrotte, riassegnate, ignorate fino a quando non arrivano confermate da una fonte maschile. Non è che gli uomini sono deliberatamente scortesi, è che ormai hanno interiorizzato una gerarchia epistemica in cui l’autorità e il sapere hanno una forma maschile.
Il risultato è che molte delle idee migliori non arrivano mai in cima alla conversazione. Rimangono ai margini, ripetute e non ascoltate, finché qualcuno con il profilo giusto non le ripete. È un metodo ingiusto e stupido. È uno spreco sistematico dell’intelligenza collettiva.
Se sei qualcuno che prende decisioni – in un’azienda, in una redazione, in un’aula, in una famiglia – il femminismo non è una concessione che fai. È uno strumento per pensare meglio e più in fretta. Quindi smettila di fare perdere tempo a tutti, per cortesia.
Fatti, non pugnette
Jennifer Guerra in Il femminismo non è un brand smonta l’illusione più comoda del presente: che basti un gesto simbolico. La maglietta con lo slogan. Il post dell’8 marzo. Il “io rispetto le donne” come formula magica che chiude la questione.
Il femminismo cooptato dal mercato è rassicurante perché non chiede nulla di strutturale. Puoi sentirti dalla parte giusta senza cambiare niente nelle relazioni, nelle abitudini, nella distribuzione del lavoro invisibile che dentro ogni casa viene ancora fatto per lo più da chi ha imparato fin da piccola a farlo senza che nessuno lo chiedesse esplicitamente.
Il femminismo vero è noioso e faticoso nel modo in cui è noioso e faticoso qualsiasi cambiamento reale. Richiede di fare attenzione a come parli di tua figlia quando non c’è. A come descrivi il lavoro di tua moglie o della tua collega. A come reagisci quando una donna in riunione dice la stessa cosa che hai detto tu dieci minuti prima e finalmente viene ascoltata.
Richiede di notare le cose, e poi di fare qualcosa, si spera di intelligente, con quello che hai notato.
Devi farti il mazzo
Adichie ha scritto due testi che si completano: Cara Ijeawele e Quindici consigli per crescere una bambina femminista. Sono lettere pratiche e concrete. Come le parli. Cosa le insegni sul suo corpo. Come la abitui a non scusarsi per esistere.
Ma il punto che torna sempre, nei suoi libri come nella sua riflessione pubblica, è questo: non puoi crescere una bambina femminista in una famiglia in cui il padre non lo è. Bada, non serve un padre perfetto, è che i figli imparano guardando, non ascoltando. Se vedono un adulto maschio che rispetta, che ascolta, che condivide il carico, che non ha paura di essere vulnerabile, imparano che è possibile campare anche in quel modo. Se vedono il contrario, imparano quello. Gli uomini sono fatti per le grandi responsabilità, quindi eccone una no?
Spero sia passato il messaggio che il femminismo non è una cosa che fai per le donne della tua vita. È una cosa che pratichi anche per i figli maschi, per liberarli dalla stessa gabbia sfigata in cui sei cresciuto tu.
Allora, cosa perdi?
Torniamo all’esperimento mentale di prima.
Se il femminismo vincesse davvero, perderesti la certezza di avere un posto garantito in virtù del genere. Perderesti la possibilità di essere ascoltato solo perché sei un uomo. Perderesti il vantaggio non dichiarato di essere il default.
In cambio, guadagneresti di poter essere chi veramente sei. Di poter piangere. Di poter chiedere aiuto. Di poter dire “non ce la faccio” senza che significhi che hai fallito come uomo. Di avere relazioni reali invece di gerarchie travestite da affetto. Di vivere in un mondo in cui le persone che ti stanno accanto stanno con te per scelta genuina, non per mancanza di alternative. Guadagneresti di essere intero. Che lusso.
Il patriarcato promette potere e consegna solitudine. Il femminismo promette uguaglianza e consegna umanità. Senza fottere la vita a nessuno.
Perché gli attributi, quelli veri, non si perdono diventando femministi. Si trovano.
Invece, vorrei farti notare che la lista di quello che perdi è vuota.
L’avevo detto all’inizio. Hai solo da guadagnarci.
Nel frattempo, fuori da qui…
Mentre scrivo questo articolo, a Roma si chiude l’assemblea costituente di Futuro Nazionale. Roberto Vannacci, dal palco, sentenzia: “il femminicidio non esiste. Uomini e donne sono uguali, stesse regole per tutti.” E – dettaglio che dice tutto – una posizione di lavoro non si guadagna “in base a quello che uno ha sotto le mutande.”
Così parla dei corpi delle donne, vive e morte.
La logica è elementare e bisogna dargliene atto: si maschera da egualitarismo per neutralizzare l’evidenza. Se uomini e donne sono uguali, non esistono strutture di dominio. Se non esistono strutture di dominio, non esiste violenza di genere. Il femminicidio diventa un’invenzione, un “lavaggio del cervello alla cittadinanza”. Sue parole esatte, scandite davanti agli applausi dell’auditorium.
Il problema non è la stupidità dell’argomento, ma che funziona.
Funziona perché intercetta qualcosa di reale nell’analfabetismo affettivo di un pezzo di Paese che aspettava il permesso di dire ad alta voce quello che ha sempre pensato: che le donne esagerano, che trasformano i conflitti domestici in questioni politiche, che il femminismo è una lobby travestita da diritto.
Nominare una cosa è già riconoscerla. E riconoscere il femminicidio significa fare i conti con quello che implica: che le donne vengono uccise in quanto donne. Spesso al termine di anni di controllo, isolamento, umiliazione sistematica. Da chi le amava, o diceva di farlo, e non poteva accettare che se ne andassero. Qui parliamo di principio di possesso, e ti risulta che una donna si possa possedere? A me no.
A me non intimorisce tanto Vannacci in sé, o le sue parole, che sono una chiara rappresentazione della persona che è. A me fanno paura quelli che lo sostengono e che lo voteranno, perché sono intorno a noi e prima o poi penseranno sia lecito mettere in pratica ciò che il loro leader professa.
Spero venga paura anche a te, così come ne ho io, per tutte le donne.
E già che ci siamo: se il femminismo si fosse davvero affermato, probabilmente non staremmo qui a parlare di guerre e di gare geopolitiche a chi ce l’ha più grosso con, come righello, la misura della Striscia di Gaza.
Ma questa è un’altra storia. O forse è sempre la stessa.
Una nota finale, e stavolta senza doppi sensi
Hai riso. Oppure non hai notato niente. Oppure ti sei sentito a disagio.
In tutti e tre i casi, sappi che i titoli e le battute di questo articolo – i gioielli, le pugnette, le seghe mentali, il mazzo, gli ormoni, le prese per il culo – sono solo una piccola parte dello slang sessualizzato al quale gli uomini sottopongono le donne ogni giorno, in ogni contesto, e che ormai è talmente radicato nella cultura da essere diventato invisibile. Lo diciamo in riunione, al bar, in famiglia. Lo diciamo senza pensarci.
Li ho usati con piena consapevolezza. Perché è l’unico modo che ho trovato per tenere alta l’attenzione fino in fondo.
Ha funzionato vero? Ecco. Prova a pensare ad un mondo in cui tutto questo non è più necessario. Sono una visionaria? Nah, è il prossimo passo. Ce la puoi fare anche tu, campione.