Chi nominiamo quando parliamo di violenza sulle donne: un problema di semantica che è un problema politico
Nel marketing e nella comunicazione esiste una regola d’oro: il soggetto della frase è oggetto di attenzione. Sembra banale, ma è uno dei principi più potenti della persuasione linguistica. Quando costruiamo un messaggio, la scelta di cosa mettere in posizione di soggetto determina automaticamente su chi ricade il focus, e spesso anche la responsabilità.
“Violenza sulle donne” è un capolavoro involontario di questa dinamica.
Tre parole che sembrano neutre, descrittive, oggettive. Ma facciamo l’analisi del testo come faremmo per qualsiasi copy strategico: chi è il soggetto? La violenza. Chi è l’oggetto? Le donne. La preposizione articolata “sulle” costruisce un rapporto di direzione: la violenza va verso le donne. E chi compie questa violenza? Ah, quello è un complemento d’agente che nella frase non esiste nemmeno. È omesso, implicito, secondario.
In termini di comunicazione, abbiamo appena costruito una frase in cui le donne sono l’elemento visibile, nominato, centrale. La violenza è il soggetto grammaticale quasi antropomorfizzato, come se fosse un’entità autonoma, un fenomeno meteorologico che si abbatte su un gruppo specifico di persone. E chi agisce quella violenza è talmente marginale da non meritare nemmeno una menzione.
Proviamo l’esercizio inverso: “violenza maschile”.
Se ribaltiamo la narrazione, improvvisamente la struttura cambia. Il soggetto implicito (la violenza) ha un aggettivo qualificativo che ne specifica l’origine, l’appartenenza, la natura. Non è più un fenomeno astratto, è un’azione con un genere grammaticale che corrisponde a un genere sociale. In due parole abbiamo spostato il peso semantico da chi subisce a chi agisce.
È esattamente quello che succede quando in comunicazione aziendale parliamo di “errore del sistema” invece di “errore dell’operatore”. La prima formulazione deresponsabilizza, la seconda individua. E la scelta tra le due non è mai neutra.
Anche “violenza di genere”, l’espressione che crediamo più evoluta, più tecnica, più corretta, cade nello stesso tranello comunicativo. Perché nel nostro immaginario collettivo, costruito da decenni di discorso pubblico, “questioni di genere” significa automaticamente “questioni che riguardano le donne”.
Il genere è percepito come una caratteristica marcata che si applica al femminile, mentre il maschile resta l’universale non marcato, il grado zero. Quindi “violenza di genere” viene decodificata come “violenza che ha a che fare con le donne”, non come “violenza perpetrata da un genere specifico”.
È lo stesso meccanismo per cui diciamo “scrittrice”, mentre “scrittore” vale anche per l’universale, “letteratura femminile” ma mai “letteratura maschile” (poiché quella maschile è semplicemente “letteratura”). Il maschile gode del privilegio linguistico dell’invisibilità, della neutralità presunta. E questo privilegio si estende anche alla violenza.
Nel mio lavoro di copywriter, so che ogni parola ha un peso specifico. So che la scelta di un termine attivo piuttosto che passivo (“abbiamo scelto” vs “è stato scelto”) sposta la percezione di responsabilità. So che l’uso di un sostantivo astratto piuttosto che di un soggetto concreto (“si è verificato un ritardo” vs “abbiamo ritardato”) è una strategia (conscia o inconscia) di attenuazione della colpevolezza.
E “violenza sulle donne” è esattamente questo: una strategia linguistica che attenua, che sposta, che occulta. Non perché chi la usa abbia cattive intenzioni, ma perché il linguaggio che ereditiamo porta con sé strutture di potere sedimentate. Parliamo come ci hanno insegnato a parlare, e ci hanno insegnato a mettere le donne al centro del discorso sulla violenza di cui sono vittime.
Il problema non è solo nominale.
È operativo. Perché quando il linguaggio costruisce le donne come soggetto semantico della violenza, automaticamente costruisce anche le donne come soggetto dell’azione preventiva, educativa, risolutiva. Sono le donne che devono attrezzarsi, informarsi, proteggersi, denunciare, curarsi. Il focus comunicativo diventa: cosa devono fare le donne per non subire violenza? Invece di: cosa devono fare gli uomini per non compierla?
È un ribaltamento totale di prospettiva che passa attraverso la grammatica. E in comunicazione, sappiamo bene che la grammatica non è mai innocente.
Oggi è il 25 novembre e i social, i giornali, le istituzioni parlano di violenza. Prestiamo attenzione alle parole che usano. Osserviamo la costruzione delle frasi, la scelta dei soggetti, l’eventuale presenza o assenza del complemento d’agente. Perché ogni volta che diciamo “violenza sulle donne” stiamo facendo una scelta comunicativa precisa: stiamo decidendo chi mettere al centro del discorso e chi lasciare ai margini, implicito, non detto, deresponsabilizzato.
E quando qualcosa non viene detto, non viene pensato. E quando non viene pensato, non diventa mai oggetto di cambiamento.
Chiamarla “violenza maschile” non è politically correct, non è un vezzo linguistico, non è questione di sensibilità. È questione di precisione comunicativa. È dire le cose come stanno, con il soggetto al posto giusto. Ed è anche, non a caso, l’unica formulazione che sposta l’onere dell’azione esattamente dove deve stare.