oltre il copione del si dovrebbe

Oltre il copione del “si dovrebbe”

Qualche settimana fa ho visto una donna al parco aiutare un bambino a rialzarsi dopo una caduta. Gesto gentile, istintivo, giusto. C’era qualcosa però nel modo, nella fretta con cui si voltava verso gli altri genitori dopo, che mi ha portata a pensare che stesse verificando di essere stata notata. Quell’atteggiamento raccontava un’altra storia. 

Quella donna non era una persona falsa, era semplicemente più complessa: quel gesto conteneva cura, ma anche bisogno di conferma. E va bene così. Siamo umani, non santi. Il problema è quando confondiamo il copione con la verità.

Le persone si raccontano nel perché fanno le cose e nel come le fanno: non nel repertorio pulito del “si dovrebbe”. 

Il “si dovrebbe” è grammatica sociale, quella che mette in fila le azioni e le rende presentabili. Dice come apparire, non come esistere. E il problema non è che sia falso: è che è tremendamente incompleto.

Perché la vita vera non è una recita. La vita vera inciampa, negozia, ripete, tenta. Io lo so bene, negli ultimi anni non ho fatto altro. La vita si svela nella direzione che scegliamo quando nessuno guarda e nella postura con cui attraversiamo la giornata. Nel motivo che ci muove, più che nel gesto finale.

La stessa azione, due storie opposte

Due persone possono fare la stessa cosa e raccontare due universi paralleli. C’è chi si prende cura per amare e chi si prende cura per non essere abbandonato. Chi dice la verità per liberare, e chi dice la verità per ferire. Chi lavora per costruire qualcosa, e chi lavora per non sentire un vuoto.

Il perché è la radice: fame, paura, cura, vendetta, bisogno di pace, desiderio di essere visti, ricerca di controllo, speranza minuscola, rabbia antica. Il come è la firma: il ritmo con cui ci muoviamo, la temperatura del gesto, la tensione nel corpo mentre lo facciamo.

Questo non significa che dobbiamo sempre avere motivazioni nobili. Anzi. A volte agiamo per stare meno peggio subito: abbassare l’ansia, spegnere un vuoto, non sentire vergogna. Altre volte il motore non è il benessere ma il controllo, l’orgoglio, l’abitudine, una forma sottile di anestesia emotiva. E va riconosciuto: non sempre le persone agiscono per stare meglio, nel senso nobile del termine: crescere, guarire, evolvere. A volte agiscono per interesse, per potere, per paura mascherata da forza.

Ma proprio per questo il perché e il come restano una radiografia più onesta di qualsiasi etichetta morale. Mostrano le fratture e anche i tentativi goffi di saldatura.

Il prezzo dell’approvazione

Il copione del “si dovrebbe” promette una cosa sola: approvazione. Il prezzo però è alto. Ci educa a sostituire il contatto con la performance. Quando viviamo per la sola apparenza perdiamo l’accesso a cosa stiamo davvero facendo e soprattutto al perché lo stiamo facendo.

E senza quel contatto, diventiamo facili prede delle scorciatoie: ripetiamo gesti che danno sollievo rapido anche se ci impoveriscono dopo. Ci attacchiamo a ciò che calma subito, anche se poi chiede interessi. Chiamiamo “carattere” quello che spesso è solo una strategia di sopravvivenza. Chiamiamo “destino” quello che è un automatismo mai interrogato.

Fare del proprio meglio

Ma non siamo altro che noi: sgangherati esseri umani che provano a tenere insieme un corpo, una memoria, una reputazione, un futuro che cambia forma ogni mattina. Fare del proprio meglio non è una medaglia da appuntare al petto: è spesso un compromesso stremato tra risorse limitate e richieste infinite.

A volte il meglio è resistere senza diventare crudeli. A volte è chiedere scusa prima che l’orgoglio faccia danni irreversibili. A volte è evitare di scrivere quel messaggio. Altre volte è alzarsi, lavarsi la faccia, mettere un confine, fare una telefonata difficile, andare via da un posto o da una persona che ci consuma. Il meglio non ha un volto unico. Non è sempre eroico, spesso è minuscolo e invisibile.

Le domande giuste

Allora la domanda non è: sei una brava persona secondo il copione? 

La domanda è più onesta, più utile, più faticosa: che cosa stai cercando davvero, con questo gesto? E che tipo di persona sei mentre lo fai?

Non è facile porsela nel momento giusto. Spesso ci arriviamo dopo, a mente fredda, quando il corpo si è calmato e l’ego ha abbassato la voce. Va bene così. Anche a posteriori, quelle domande rimettono ordine. Ci aiutano a distinguere la strategia dalla verità, l’automatismo dalla scelta, la performance dal contatto.

Perché è lì che ci raccontiamo davvero: non nel “si dovrebbe”, ma in quel punto fragile in cui scegliamo come restare umani, anche quando siamo completamente sgangherati.

E forse l’umiltà vera è proprio questa: riconoscere che non sempre agiamo bene, non sempre per i motivi giusti, ma possiamo comunque guardarci con occhi più morbidi. Non per assolverci, ma per capirci. E riprovarci domani, con un po’ più di consapevolezza e un po’ meno copione.

#FOLOW US ON INSTAGRAM