Uno Bianca – Bianco e Nero: quando la memoria si fa fotografia

Oggi, ultimo giorno di apertura della mostra Uno Bianca. Bianco e nero al MAMBO di Bologna, ho attraversato il foyer del museo con la sensazione straniante di entrare in un sogno lucido fatto di frammenti. Non frammenti qualsiasi: ricostruzioni di ricordi che credevo sepolti, sensazioni infantili che pensavo di aver dimenticato. Le fotografie di Luciano Nadalini, esposte in questo progetto curato dall’Associazione Vittime della Uno Bianca, non raccontano semplicemente una storia. La incarnano, la restituiscono attraverso un bianco e nero così netto da sembrare una lama.

Chi, come me, ha vissuto quegli anni da bambina – le elementari, l’età in cui si comprende il giusto degli eventi ma si avverte tutto del clima che ti circonda – sa cosa significa percepire la tensione. A Bologna, in quegli anni, la paura era un rumore di fondo costante. Non avevo le parole per nominare cosa stesse accadendo, ma avvertivo il modo in cui gli adulti sussurravano, il silenzio improvviso quando entravo in una stanza, gli sguardi preoccupati. La Uno Bianca era un’ombra che si allungava sulle giornate dei bolognesi senza che potessero darle un volto.

Oggi, davanti a quelle immagini, quella sensazione è tornata con una precisione quasi insopportabile.

La testimonianza di chi andava “in punta di piedi”

Luciano Nadalini è stato uno dei fotoreporter che ha seguito con maggiore costanza e sensibilità le vicende della banda. Sette anni e mezzo di terrore: 23 morti, 114 feriti, 102 azioni criminali. Numeri che, da soli, non riescono a contenere l’orrore. Servono le immagini per restituire la dimensione umana di quella violenza diffusa, perpetrata da sei uomini – quasi tutti poliziotti – che hanno trasformato Bologna, la Romagna e Pesaro in un teatro di morte apparentemente casuale.

Nadalini descrive il suo approccio come un “andare in punta di piedi, col dovuto rispetto e silenzio”. Questa frase, che potrebbe sembrare retorica, invece definisce perfettamente ciò che si percepisce guardando le sue fotografie. Non c’è voyeurismo, non c’è spettacolarizzazione. C’è lo sguardo di chi sa di trovarsi di fronte a qualcosa di sacro e terribile insieme: il dolore altrui, la violenza incomprensibile, la morte che interrompe la quotidianità.

Il bianco e nero di Nadalini non è una scelta estetica, è una necessità etica. Toglie il colore, toglie la distrazione, costringe a guardare l’essenziale. Le sue immagini sono vivide proprio perché sono spoglie, o sporche, come le definisce lui: mostrano luoghi del crimine, volti sconvolti, macchie di sangue sull’asfalto, corpi coperti da teli. Mostrano una Bologna ferita, una città che prova a continuare a vivere mentre qualcuno la massacra sistematicamente dall’interno.

La memoria come resistenza

L’Associazione Vittime della Uno Bianca, curatrice di questa mostra, porta avanti da anni un lavoro fondamentale di testimonianza attiva. La programmazione diffusa che ha organizzato tra novembre 2025 e gennaio 2026 – mostre, spettacoli, incontri, laboratori, proiezioni – si rivolge soprattutto a chi, per ragioni anagrafiche, non ha vissuto quegli eventi. Ai giovani che oggi attraversano Bologna senza sapere cosa sia accaduto in quella via, davanti a quel bar, in quella piazza.

Anche mia figlia per andare a scuola attraversa tutti i giorni un parco che porta il nome “Vittime della Uno Bianca”, con tanto di monumento, senza conoscerne il motivo: il passato, se non lo si rammenta, rischia un naturale indebolimento di significato.

C’è da dire che questa mostra parla anche a chi quei ricordi li ha, sepolti da qualche parte. A chi, come me, era troppo piccola per capire tutto ma abbastanza grande da sentire. Guardare le fotografie di Nadalini significa fare i conti con una memoria che non è mai stata completamente elaborata. Significa riconoscere che quella paura, quel clima, quella tensione non erano immaginati: erano reali, tangibili, documentati.

“Hanno messo una bomba alle poste” – mi disse la nonna – “ma non ci dobbiamo preoccupare, non è mica arrivata fin qui”. Oggi ho visto la foto degli effetti della detonazione della bomba alle Poste di Via Emilia Levante. La nonna abita ancora lì, poco distante. Passarci davanti è prassi per chi abita in zona.

Il sogno lucido della memoria

Visitare questa mostra oggi è stato come vivere un sogno lucido. Sapevo di essere lì, nel presente, adulta, consapevole. Ma allo stesso tempo ero anche quella bambina che ascoltava i telegiornali senza capire davvero, che vedeva Bologna trasformarsi in una città impaurita, con i suoi cittadini che prima di uscire in strada per lavorare, vivere, divertirsi, ci pensavano due volte, con la Polizia che in quei tempi reclutava in maniera più forte. 

Le fotografie hanno il potere di riattivare memorie sensoriali, emotive, che pensavamo dimenticate.

Questo è il grande valore del lavoro di Nadalini e dell’Associazione: non lasciare che il tempo cancelli. Non permettere che una delle vicende più oscure della storia italiana diventi un episodio relegato ai libri di cronaca nera. La Uno Bianca non è stata solo una banda criminale: è stata un trauma collettivo, una ferita inferta al tessuto stesso di una comunità.

Oggi che la mostra chiude, resta la domanda: cosa facciamo con questa memoria? Come la custodiamo? Come la trasmettiamo? Le fotografie di Nadalini offrono una risposta: con rispetto, con silenzio, andando in punta di piedi. Ma anche con la determinazione di non voltare lo sguardo, di non dimenticare, di continuare a testimoniare.

Perché chi dimentica è condannato a non capire il presente. E Bologna, con le sue ferite ancora aperte, ha bisogno che qualcuno continui a ricordare.

qui potete trovare alcuni degli scatti che avete visto in alto, tratti dalla mostra.
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