Donne Iran 2026: il corpo femminile come ultimo spazio di guerra

Partiamo da un’immagine. Una ragazza a Teheran si toglie l’hijab in mezzo alla strada. Non lo fa in un giorno qualunque. Lo fa mentre i missili americani e israeliani stanno cadendo sul suo paese. Lo fa mentre il regime che la obbliga a coprirsi sta crollando, forse, o forse si sta solo ricompattando nel sangue come ha sempre fatto. Lo fa e in quel gesto c’è tutto: la guerra, la libertà, il terrore, il futuro. E il suo corpo, in quel momento, è il campo di battaglia più antico del mondo.

La psicogeografia di Guy Debord ha un peccato originale che io, da donna che studia questi temi da anni, non riesco più a ignorare: presuppone un corpo neutro. Un corpo che attraversa la città, si lascia trasportare dalle atmosfere, legge le correnti emotive degli spazi urbani. Ma quel corpo, nella teoria situazionista, non ha sesso. Non ha un utero. Non ha i capelli che qualcuno pretende di coprire. Non ha paura di tornare a casa da sola dopo le dieci di sera.

Quel corpo, diciamolo, era un corpo maschile che si credeva universale.

Zan, Zendegi, Azadi


Donna, vita, libertà. Tre parole che dal settembre 2022, dalla morte di Mahsa Amini, sono diventate la frattura sismica della Repubblica Islamica. Mahsa aveva ventidue anni ed è morta sotto la custodia della polizia morale, che l’aveva fermata per un ciuffo di capelli che fuoriusciva dall’hijab. Un ciuffo di capelli. Una ciocca ribelle. Un dettaglio così minuscolo, così assurdamente umano, che ha fatto esplodere un intero paese.

Ma sarebbe da miopi fermarsi al 2022. Le donne iraniane combattono questa battaglia dal 1984, da quando l’obbligo del velo è diventato legge penale punita con settantadue frustate, e prima ancora, da quando nel 1911 le donne persiane assaltavano il parlamento e donavano i propri gioielli per finanziare la banca nazionale. La storia del femminismo iraniano è una storia lunga più di un secolo, e il fatto che l’Occidente se ne sia accorto solo quando i video sono diventati virali su TikTok la dice lunga sulla nostra capacità di attenzione, e sulle nostre ipocrisie.

Ma parliamone, delle ipocrisie. Le proteste del 2025/2026 – quelle che hanno preceduto questa guerra – sono state le più violente dalla rivoluzione. Partite a dicembre per ragioni economiche, sono diventate in poche settimane una rivolta totale contro il regime. Milioni di persone in tutte e trentuno le province. Oltre duemila morti nella repressione, diciottomila arresti. Milizie irachene importate per sparare sui manifestanti iraniani. Studentesse avvelenate con il gas nelle scuole perché continuavano a parlare. E l’Occidente? L’Occidente guardava altrove, esattamente come fa sempre quando le donne muoiono nei posti che ritiene sbagliati.

Il velo come architettura del controllo


Ecco dove la psicogeografia diventa urgente, dove smette di essere teoria accademica e diventa carne viva.

L’hijab obbligatorio non è un indumento. È un’architettura. È la forma più intima e pervasiva di controllo dello spazio: il controllo esercitato direttamente sul corpo, che è il primo spazio che abitiamo. La polizia morale non pattugliava solo le strade: pattugliava i corpi. Decideva quanti centimetri di capello potevano essere visibili, se un cappotto era troppo aderente. Trasformava ogni donna in un potenziale reato ambulante.

Quando una donna iraniana si toglie il velo in pubblico, non sta facendo una dichiarazione di moda. Sta compiendo un atto di détournement nel senso più radicale del termine: prende un simbolo del potere e lo rovescia, prende lo spazio che il regime le ha sottratto – il suo stesso corpo – e lo rivendica. È la dérive più coraggiosa che esista: attraversare la propria città con i capelli al vento sapendo che può costarti la vita.

E non è la stessa cosa, non sarà mai la stessa cosa, di un uomo che decide di camminare per le strade di Parigi seguendo le atmosfere dei quartieri. Debord non rischiava frustate per come era vestito.

La guerra sui corpi delle donne


Ora le bombe cadono sull’Iran. Da undici giorni, mentre scrivo. Oltre cinquemila obiettivi colpiti, quasi duemila morti in tutto il Medio Oriente secondo Reuters, la Mezzaluna rossa che lancia l’allarme piogge acide su Teheran. E qui la questione si complica fino a diventare insopportabile.

Da un lato, il regime che opprime le donne iraniane è sotto attacco. La morte di Khamenei – l’uomo che ordinava di sparare sulle ragazze nelle piazze – viene celebrata da molti iraniani. L’ex presidente Ahmadinejad sarebbe morto nei raid. Reza Pahlavi, figlio dello scià, ringrazia Trump e parla di liberazione. Ma l’8 marzo – tempismo che nemmeno uno sceneggiatore avrebbe osato – l’Assemblea degli esperti ha eletto come nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali. Successione dinastica in una teocrazia nata per abbattere la monarchia. Per le donne iraniane, il volto del regime cambia ma la struttura del controllo resta intatta.

Ma chi sta bombardando l’Iran non lo sta facendo per le donne iraniane. Non lo sta facendo per Mahsa Amini. Lo sta facendo per il programma nucleare, per gli equilibri geopolitici, per il petrolio. La “liberazione” delle donne iraniane, se mai arriverà da questa guerra, sarà un effetto collaterale, non un obiettivo. Lo ha detto con una chiarezza unica il premier spagnolo Sánchez: i diritti delle donne iraniane non possono essere un alibi per lanciare guerre che rispondono ad altri interessi.

Perché la guerra, ogni guerra, si combatte anche sui corpi delle donne. E non metaforicamente. Nelle proteste del 2025/2026 sono stati documentati centinaia di stupri da parte delle forze di sicurezza. Si bombardano paesi “per liberare le donne” e nel frattempo le donne muoiono sotto le macerie, fuggono con i figli in braccio, partoriscono nei rifugi.

Lo spazio di guerra è uno spazio che espelle il femminile. I bunker non hanno asili nido. Le rotte di fuga non prevedono soste per allattare. La guerra è pensata da corpi che non partoriscono, progettata da menti che non hanno mai dovuto scegliere tra fuggire e proteggere un bambino.

L’Occidente e il suo specchio rotto


E poi c’è il nostro ruolo in questa storia. Un ruolo scomodo, pieno di contraddizioni.

Dove eravamo quando le donne iraniane venivano massacrate nelle proteste di gennaio? Quando il regime importava milizie straniere per reprimere la propria popolazione? Abbiamo cambiato la foto profilo, condiviso un hashtag, e poi? Il movimento “Donna, vita, libertà” è diventato un riferimento stabile nel lessico politico iraniano, una trasformazione sociale profonda. Ma in Occidente rischia di restare un’estetica, un ricordo sfocato tra un reel e l’altro.

Marjane Satrapi ha dovuto ricordare a una deputata francese che l’hijab non è un abbellimento. E l’8 marzo scorso, a Roma, un gruppo di donne iraniane ha interrotto il corteo di Non Una di Meno per dire: non potete decidere voi cosa è meglio per il nostro paese. Eppure, nel nostro comodo femminismo da salotto – quello che sa denunciare il mansplaining ma non sa collocare l’Iran su una cartina – questa distinzione continua a sfuggire.

Il corpo che resta


In Iran, tra il cinquantacinque e il sessanta percento degli iscritti alle università sono donne. Leggono, studiano, scrivono, pensano, soprattutto resistono. Lo fanno da più di un secolo. Lo facevano prima che l’Occidente si accorgesse della loro esistenza e continueranno a farlo dopo che l’Occidente avrà smesso di guardarle.

Quello che possiamo fare, noi che scriviamo, noi che ci occupiamo di come lo spazio modella i corpi e di come i corpi resistono allo spazio, è rifiutare la neutralità. Rifiutare l’idea che il corpo che attraversa la città sia un corpo senza storia, senza genere, senza cicatrici.

Ogni donna che cammina per strada, in qualunque città del mondo, compie un atto psicogeografico diverso da quello di un uomo. In alcune città, quell’atto è un gesto di coraggio quotidiano. In alcune città, quell’atto può costare la vita.

E questo, Debord, nel suo genio, non l’aveva capito. Ma sta a noi donne portare alla luce anche questa direzione, e andare oltre.

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