I figli sono del mondo a cui li consegni

Questa mattina parlavo di mia figlia con un collega. Gli ho accennato del suo desiderio di trasferirsi in Giappone per lavorare e diventare una mangaka, in un futuro neanche troppo lontano, e del mio timore di averla a distanza. 

Mi sono sentita in colpa per questo desiderio di trattenerla, ovviamente non glielo confesserò mai, ma sono anni che la guardo dormire nel suo letto, prima di andare a riposare, e ogni volta è la stessa promessa: qui dentro, almeno per ora, sei al sicuro. 

Fuori da quella stanza però c’è il mondo. E il mondo non l’ha promesso nessuno.


“I figli non sono nostri, sono del mondo”, diciamo noi genitori.

Lo diciamo per liberarci da una forma di possesso che fa paura: il figlio come prolungamento, come progetto di sé non riuscito da rifare meglio. È una frase bellissima, in apparenza. E per anni l’ho creduta vera senza fare resistenza.

Poi un giorno, forse complice il fatto di aver lavorato molto su me stessa o di essere finalmente cresciuta – a 43 anni sarebbe ora – mi sono accorta che mi stava semplicemente assolvendo. 

Perché se i figli sono del mondo, allora avanza una domanda davvero scomoda per noi genitori: Quale mondo?

 

Non parlo di un mondo astratto o di un destino meteorologico che ci capita addosso. Il mondo a cui consegniamo i figli è quello che abbiamo costruito, o lasciato che altri costruissero. Ogni volta che abbiamo scelto il silenzio invece della frizione. Ogni volta che abbiamo guardato altrove perché guardare costava troppo. Ogni piccola resa quotidiana – il lavoro che non amiamo ma normalizziamo, la città che attraversiamo senza più vederla, le parole che lasciamo passare perché ribattere è faticoso – è un mattone in quella costruzione che poi chiamiamo, con un certo pudore, il mondo che lasciamo loro. Come se fosse un’eredità ricevuta, e non una cosa fatta con le nostre mani, giorno dopo giorno, anche quando non facevamo nulla.

Negli ultimi anni, non so, sarà che sono cresciuta con mia figlia, ho iniziato a vedere la genitorialità anche come un vero atto politico, che non sta nelle grandi scelte (il voto, la manifestazione, il post condiviso) ma nella trama minuta della complicità.

Da genitori si scopre, spesso troppo tardi per cambiare rotta repentinamente, che il mondo non era un dato di fatto da accettare ma un’opera collettiva a cui si stava già partecipando, con la propria assenza tanto quanto con la propria presenza. 


Non vedo più innocenza nella non azione o nell’indifferenza.

Chi non ha costruito ha comunque lasciato che si costruisse, e chi erediterà non saprà mai distinguere, nel mondo che riceve, quale danno viene da chi ha agito e quale da chi ha solo guardato.

Questo non è il tipo di colpa che si può scaricare su un nemico esterno, o un governo, o una parte politica, oppure un’epoca storica andata storta. Troppo comodo e allo stesso tempo falso. 

La colpa potenziale di cui parlo è più sottile e più diffusa: è quella di chi ha vissuto dentro un sistema sapendo che produceva danno e ha continuato a viverci dentro perché il danno non lo toccava ancora abbastanza. È la colpa della soglia di sopportazione individuale scambiata per equilibrio collettivo.

Quindi, prima di arrenderci a un drammatico e ipocrita “Cosa lasceremo ai nostri figli”, non sarebbe il caso di vedere cosa stiamo facendo adesso, in questo preciso istante in cui scriviamo o leggiamo queste righe, visto che domani sarà già parte del mondo che gli consegniamo? Vorrei passasse il messaggio che non esiste un esatto momento in cui si comincia a costruire l’eredità: si sta già costruendo, sempre, anche da fermi.

Perché consegnare i figli al mondo non è un gesto che avviene alla fine, come una resa dei conti. È un gesto che avviene ogni giorno, in anticipo, ogni volta che scegliamo, o non scegliamo, che cosa fare di ciò che abbiamo intorno.

Ecco allora, che razza di mondo stiamo consegnando ai nostri figli?

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